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  • Francesco Cirillo

Il certificato verde digitale: il "passaporto" per tornare a viaggiare



La Commissione europea ha presentato Il 17 marzo 2021 la una proposta tesa a creare un certificato verde digitale per agevolare la libera circolazione dei cittadini nell'UE durante la pandemia di COVID-19.

Si tratterà di un certificato in formato digitale e/o cartaceo, con codice QR, valido in tutti i paesi dell'UE, e attestante che una persona è stata vaccinata contro il COVID-19 (senza che rilevi il tipo di vaccino), ha ottenuto un risultato negativo al test diagnostico oppure è guarita dal COVID-19.

Occorre evidenziare che, nel nostro ordinamento, sono previsti già da tempo alcuni certificati di vaccinazione interoperabili regolamentati da norme sovranazionali, il cui possesso è condizione per gli spostamenti transfrontalieri (si veda il caso dei certificati per la febbre gialla di cui al Regolamento sanitario internazionale dell’OMS – art. 23 e allegati 6 e 7).

La libertà di circolazione garantita ai cittadini dell’Unione Europea, il principale tra i diritti di libertà che caratterizzano lo status di cittadino europeo, può essere condizionata o limitata dagli Stati membri, come del resto è avvenuto nel corso della pandemia. La proposta della Commissione mira a superare la logica esclusivamente nazionale delle limitazioni agli spostamenti transfrontalieri e a uniformare le politiche sanitarie degli Stati membri.

La questione al centro del dibattito, allora, non è tanto se gli Stati membri possano condizionare gli spostamenti dei cittadini (cosa che di fatto è avvenuta legittimamente e senza contestazioni). Al contrario, i parlamenti i nazionali sono chiamati a esprimere, secondo una procedura prevista dal diritto europeo, un parere positivo o negativo sull’ipotesi che l’Unione agisca al posto degli Stati stessi, nell’ottica del principio di sussidiarietà. Tale principio impone, nel caso in cui una competenza legislativa sia attribuita in modo concorrente all’Unione e agli Stati membri, che siano soddisfatti cumulativamente alcuni requisiti . In particolare, si richiede che gli obiettivi dell’azione intrapresa non possano essere conseguiti a livello degli Stati membri, che siano meglio perseguibili a livello eurounitario e che l’azione sia tesa alla soluzione di un problema transnazionale. Gli Stati membri, chiamati a esprimere il parere, non hanno un vero e proprio potere di veto ma possono chiedere il riesame (nel caso in cui un terzo dei parlamenti esprima parere negativo), oppure aggravare la procedura legislativa (nel caso in cui la maggioranza semplice dei parlamenti nazionali si esprima negativamente). Quanto al caso di specie, a fronte di un forte condizionamento degli spostamenti e di una limitazione della libera circolazione dei cittadini, la proposta di intervenire con un regolamento che superi le azioni non coordinate dei singoli Stati appare ragionevole e pienamente rispondente a un obiettivo condiviso.

Quanto all’intensità dell’esercizio della competenza dell’Unione, l’azione è da ritenersi proporzionata, perché è adeguata al raggiungimento del suo scopo, e persino necessaria, in quanto lo strumento regolamentare appare l’unico idoneo a risolvere le asimmetrie tra gli Stati membri. Inoltre, la proposta sembra perseguire un corretto equilibrio tra diritti e interessi coinvolti, bilanciando le esigenze pubbliche in materia di salute, principalmente quelle di profilassi internazionale, con un condizionamento ragionevole della libera circolazione (i cittadini sarebbero onerati di effettuare il test diagnostico o la vaccinazione perché ne siano agevolati lo spostamento e la circolazione) e, da ultimo, la riservatezza e la protezione dei dati. Sotto questo profilo, benché ogni giudizio definitivo possa validamente esprimersi soltanto in ragione dell’analisi in concreto del certificato verde digitale, dovrebbero essere garantiti i principi della protezione dei dati, in particolar modo quello della minimizzazione del tipo dei dati raccolti e, soprattutto, nei meccanismi di condivisione dei dati. Il certificato consentirà infatti di condividere soltanto l’informazione relativa alle tre condizioni di cui si è detto (vaccinazione, test diagnostico o guarigione). In altre parole, è molto probabile, e tra l’altro è accaduto, che l’azione singola di uno Stato membro possa giungere a limitazioni della libera circolazione ben più restrittive, oppure a richiedere condivisioni di informazioni sanitarie non altrettanto rispettose della minimizzazione dei dati e della riservatezza. La proposta dalla Commissione, invece, offre una soluzione omogenea e bilanciata.

Gli Stati membri si stanno già preparando per la distribuzione logistica dei certificati. Per l'estate, la Commissione istituirà un'infrastruttura digitale che ne agevoli l'autenticazione e gli Stati stessi dovranno apportare le modifiche burocratiche necessarie. Inoltre, la Commissione sta collaborando con l'OMS per garantire che i certificati siano riconosciuti anche nel resto del mondo.

Resta aperto, invece, il dibattito sull'impiego di questi o altri certificati nel territorio nazionale, sull'opportunità di condizionare le libertà dei singoli all'onere della certificazione.

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